Salta la barra di navigazione.

L' atomica della salute
Borgo Valsugana, 1953. Una storia di primati


 

Indice articoli


ottobre 1953 – OGGI: Hanno fatto dei debiti per comperare una bomba.




Borgo di Val Sugana è il primo paese d’Europa, e il dodicesimo nel mondo a possedere una bomba al cobalto, l’arma nuova per la cura del cancro.
Cronaca di Giorgio Venturi


Un paesino di cinquemila abitanti, Borgo di Val Sugana, a Trento, corona in questi un sogno meraviglioso, come una fiaba. Borgo è il primo paese in Europa, il dodicesimo nel mondo, che possiede una bomba al cobalto, l’arma nuova per la cura del cancro. Dopo Borgo verrà, a qualche giorno di distanza, Londra. Verranno Parigi, Roma, Torino, molte altre città, ma il paesuccio trentino ha fatto prima, con i propri mezzi, per dotare di questo ritrovato il suo ospedale, che ha già meritato di diventare Centro della lotta contro i tumori per tutta la regione.
Bisogna fare un passo indietro, di un paio d’anni, all’origine di questa storia. Era appena entrata in funzione in America la prima bomba al cobalto. Più o meno si sapeva che era composta di una sorgente radioattiva, e di un enorme involucro di piombo. L’involucro serviva per impedire che le radiazioni si propagassero incontrollatamente, con effetti pericolosi, forse mortali. I raggi emanati dalla sorgente potevano uscire solo attraverso sportellini comandati elettricamente. Quando erano aperti lasciavano fluire raggi molto più potenti di quelli del radium, usato finora per la cura del cancro. Opportunamente diretti e controllati, i raggi possono distruggere i tumori. Nella nuova bomba invece del radium c’era cobalto radioattivo, che si poteva produrre per mezzo della pila atomica e costava infinitamente meno. I primi medici che si erano serviti della bomba parevano entusiasti e avevano fatto relazioni molto convincenti.

UN PESANTE IMBALLAGGIO
Il paesino si mosse subito. Aveva già fatto tanto per l’ospedale, non voleva restare indietro. Si riunì il consiglio di amministrazione, c’era il sindaco, il presidente, c’erano tutti gli altri, valligiani solidi, gente a cui piace concludere le cose. Fu chiamato il direttore dell’ospedale. “Che ne direbbe se facessimo venire la bomba al cobalto?”. Il direttore disse quello che sentiva, che era un sogno bellissimo, che certo la bomba sarebbe stata utilissima, l’ospedale non avrebbe avuto nulla da invidiare ai più ricchi del mondo, qualsiasi dotazione di radium sarebbe rimasta superata. E inoltre c’era da tentare qualche cura nuova. Il cobalto aveva aperto nuovi orizzonti agli specialisti del cancro. Ma, aggiunse in coscienza, non era una pretesa esagerata una bomba al cobalto per un paesino come Borgo, quando non l’avevano ancora le grandi cliniche delle metropoli?
Lo ringraziarono molto per le spiegazioni, quelli del consiglio, e dissero che al resto ci avrebbero pensato loro. Infatti decisero di ordinare subito la bomba, e chiesero i soldi alla banca locale. Per garanzia rilasciarono una cambiale con dodici firme: quella del sindaco, del presidente, dei consiglieri, del direttore dell’ospedale, e di qualche altro cittadino di Borgo che possedeva qualcosa di suo. “Se proprio non basterà”, aggiunse il barbiere ch’era della partita, “andremo tutti a far legna, un lavoro extra per l’ospedale”. Così è accaduto che la prima bomba al cobalto è stata di Borgo. Nei mesi scorsi sono giunte le attrezzature, è venuto l’apparecchio, si è compiuto tutto il lavoro preparatorio. E adesso finalmente è giunta anche l’anima di tutto: la sorgente radioattiva di cobalto, che ha varcato l’oceano Atlantico a bordo del Conte Biancamano ed è stata sbarcata lunedì scorso a Genova, tra l’emozione generale.
La protezione di piombo usata per il viaggio aveva precisamente l’aspetto di una bomba, ma di media grandezza, sui cinquecento chili; e invece erano circa tre tonnellate, senza contare la sorgente radioattiva di cobalto all’interno: trenta grammi in tutto. Una bomba tozza e gonfia poggiata sopra un sostegno che termina con quattro piedini, simili a quattro alette: viene da Chalk River presso Ottawa, nel Canadà, dove è stata costruita la pila atomica canadese, proprietà della Corona britannica. Nella pila vengono introdotti materiali comuni, ed escono, dopo dieci-undici mesi, isotopi radioattivi. Che vuol dire? Poniamo che si tratti di cobalto comune. Nella pila il cobalto viene sottoposto a un intenso bombardamento di neutroni; a un certo punto, pur restando simile a se stesso, acquista la capacità di emettere raggi, di proiettare infinite particelle. Praticamente incomincia a disintegrarsi, ma perché questo processo si esaurisca occorrono decine di anni. Si forma così quello che i fisici chiamano un isotopo del cobalto, o cobalto 60.
Il cobalto 60 è simile al radium ma infinitamente più potente (inoltre si può produrre in qualsiasi quantità, se pur lentamente, mentre per il radium bisogna contentarsi di quel poco che si trova in natura). Quando è pronto nella pila, nessun essere umano può azzardarsi a toccarlo, nemmeno ad avvicinarsi. Le sue radiazioni sarebbero insopportabili per qualsiasi organismo. Esporsi per quattro minuti alle radiazioni di 30 grammi di cobalto radioattivo, ossia alla quantità contenuta nella sorgente della bomba, equivarrebbe a un suicidio. Perciò dalla pila, la sorgente in partenza per l’Italia è passata direttamente nella custodia di piombo; e la custodia è stata a sua volta caricata sopra un vagone ferroviario, subito sigillato, agganciato a un treno che ha raggiunto il porto di Halifax.
Ad Halifax è avvenuto l’imbarco sul Biancamano. Per tutti coloro che avevano la responsabilità di quel carico straordinario, nonostante le assicurazioni e le istruzioni date dai tecnici della pila, non devono essere stati giorni facili. Facevano effetto quel nome, i cartellini appiccicati sul piombo, l’avviso che non era opportuno fermarsi a meno di un metro di distanza, la stessa forma curiosamente bellicosa dell’ordigno, destinato in realtà a una grande opera di pace. La sorgente fu lasciata sopra coperta, in un angolo morto; qualcuno la coprì con un’incerata nera, fu posto uno sbarramento, alla distanza regolamentare di un metro. Tutto a posto, non era il caso di dar notizie allarmanti ai passeggeri. La sorgente radioattiva non poteva né scoppiare, né produrre reazioni pericolose.
A Genova lo scarico è avvenuto quando tutti i passeggeri erano già scesi a terra. La bomba non è stata depositata sul molo, ma in una chiatta, a lei sola riservata. La chiatta ha ricevuto l’ordine di non avvicinarsi a terra. Si è dovuta ormeggiare a una boa, in mezzo al porto, lontano da tutti, e la polizia ha montato la guardia per il tempo necessario alle operazioni di dogana. Molte precauzioni per un’arma che può essere impiegata solo per vincere il dolore e non per causarne. Ma queste erano le disposizioni. Così, per una certa legge, non è stato nemmeno possibile far proseguire la bomba in vagone sigillato, come avevano fatto i canadesi. Gli importatori per conto dell’ospedale hanno dovuto noleggiare un autocarro, riservato alla sorgente radioattiva per l’ultima tappa del viaggio: Genova-Borgo Val Sugana.
Resta l’ultima fase dell’impresa da compiere, il passaggio della sorgente di cobalto dal suo imballaggio all’apparecchio per la cura del cancro, già installato all’ospedale. Questo passaggio è compito di un fisico canadese, il dott. F.D. Boyd, venuto appositamente in Italia: si tratta di portare la testata dell’involucro di piombo e la testata dell’apparecchio installato all’ospedale fino a coincidere, e poi far agire certi comandi interni. Il cobalto passa così da un alloggiamento all’altro, invisibile a chiunque. Invisibile e intoccabile, dal giorno in cui è diventato radioattivo nella pila fino a questa sua ultima destinazione. Un giorno molto lontano il suo potere finirà, o sarà ridotto in misura tale che non servirà più ai medici. Solo allora forse uscirà dal buio interminabile a cui la sua immensa forza lo condanna.
Giorni felici a Borgo per il sindaco, Segnana, per il presidente dell’ospedale, Bertagnolli, per il consiglio di amministrazione, per tutti i firmatari di quella famosa cambiale, per un altro grande sostenitore dell’impresa, il senatore trentino Mott. Ora infine la bomba è pronta. Chi sarà il primo malato? Il direttore dell’ospedale, dott. Frizzera, il radiologo dott. Valdagni non sanno da chi incominciare, ne hanno tanti, tanti che da mesi hanno scritto, sono corsi a Borgo pieni di nuova speranza, qualche volta di illusioni. Che cosa può fare infine, la bomba al cobalto, più di quello che può fare il radium?

PIU’ EFFICACE DEL RADIUM
Punto primo: il radium si trova in natura, ma è estremamente raro. Il cobalto si può produrre con la pila, lentamente, ma se ne può avere in grandi quantità rispetto al radium; e poiché è anche molto più potente, una stessa quantità può rendere servizi molto più vasti. Questo significa allargare enormemente il campo d’azione del sistema di cura con i raggi. Saranno molto più numerosi d’ora in poi gli ospedali dotati delle attrezzature per attaccare i tumori sottoponendoli alle radiazioni. Borgo Val Sugana ha fatto un miracolo procurandosi la bomba al cobalto, ma non avrebbe potuto mai procurarsi una potenza equivalente col radium. I 30 grammi di cobalto della sua bomba equivalgono a più di un chilo e mezzo di radium e nessuno al mondo avrebbe potuto sognarsi una simile ricchezza. Un chilo e mezzo di radium costerebbe, se pure fosse possibile trovarlo, circa 25 miliardi, mentre la bomba al cobalto costa la cinquecentesima parte, vale a dire 50 milioni.
Come contropartita, il radium si consuma molto più lentamente di una bomba al cobalto, che in cinque anni e quattro mesi perde metà della sua forza radioattiva: ma anche così il vantaggio resta al secondo, per l’enorme peso degli altri fattori. Col passare del tempo, man mano che le pile atomiche si perfezioneranno e si moltiplicheranno, il costo di questo isotopo e degli altri diventerà praticamente irrisorio, alla portata di qualsiasi clinica.
Ma c’è un altro aspetto, quello dei progressi veri e propri nella cura del male. Le speranze riguarderanno una possibilità: che la bomba al cobalto consenta di curare, senza intervento chirurgico oppure quando l’intervento sarebbe impossibile, alcuni tumori degli organi interni, irraggiungibili col radium, perché si produrrebbero guasti ad altri organi vicini o intermedi, o per insufficiente potenza. Da tempo si era compreso che, concentrando radiazioni molto intense, sarebbe stato possibile regolarne meglio il flusso, sia in profondità, sia in estensione. Disponendo di una sorgente molto forte, sarebbe stato possibile far opera più precisa, controllare con maggiore regolarità gli effetti. Si tento col radium, riunendone quantità notevoli, e naturalmente fu necessario coprirle subito con grossi involucri di piombo, per evitare che le radiazioni si disperdessero in ogni direzione.
Così si parlò per la prima volta di bombe al radium, a causa di quegli involucri. Le bombe al cobalto rappresentano ora un grande passo avanti, hanno una potenza enormemente superiore e le sorgenti sono molto più facilmente producibili.

Vedi articolo precedente; Vedi articolo successivo;
Indice articoli