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L' atomica della salute
Borgo Valsugana, 1953. Una storia di primati


 

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18 ottobre 1953 – IL GIORNO: Un cm cubo benefico tre tonnellate di corazza.




Ad Ottawa, nel Canada, i fabbricanti della “Bomba al Cobalto” hanno cercato invano sulla carta geografica la metropoli di Borgo Valsugana, al cui ospedale era destinato il prezioso mezzo di terapia contro il cancro. Autorevoli scienziati esprimono qui il loro parere sull’efficacia del nuovo sistema
L’ospedale “San Lorenzo” di Borgo Valsugana, nel Trentino, possiede l’impianto più moderno di terapia del cancro e dei tumori profondi che esista in Europa. Vi è stata installata la famosa “Bomba al Cobalto” oggi ritenuta il mezzo più radicale di cura della terribile malattia, e il più innocuo in quanto la sua specifica funzione è quella di raggiungere il tumore, ovunque si trovi, senza ledere ai tessuti sani.
Quando è stata sbarcata a Genova, con infinite precauzioni, è sembrata una grande reclame del “trottolino” per giocare alla Sisal. Due piramidi di otto lati, saldate alle basi di un tronco. Ma sarebbe stato molto difficile farla frullare tra le dita. La “Bomba al Cobalto”, pur contenendo mille grammi di sostanza radioattiva in tanti cubetti da un millimetro ciascuno, pesa tre tonnellate. Tale è la quantità infatti, di piombo, acciaio o tungsteno che comprime e protegge il cobalto.
La “Bomba” per la cura del cancro è stata scortata fino in Valsugana da mister Boyd, un fisico specializzato della “Atomic Energy of Ottawa”. La sua presenza era necessaria all’impianto del complesso nell’ospedale “San Lorenzo”. Questo scienziato, quando è sceso alla stazione di Borgo Valsugana e si è trovato di fronte all’edificio, non ha trattenuto la sua meraviglia. In verità, si aspettava di entrare in uno degli ospedali più grandi e moderni d’Europa. Glielo aveva fatto credere il suo stesso compito, perché soltanto dodici “Bombe al Cobalto” sono state finora installate. E se ne gloriano istituti e ospedali sovvenzionati da governi e mecenati miliardari.
50 milioni di cambiali
Mister Boyd, quando seppe che per acquistare l’impianto di terapia del cancro, dodici membri del Consiglio di amministrazione del Comune, dal sindaco al barbiere, avevano firmato cambiali per 50 milioni, trasecolò. Ripresosi, strinse loro la mano con grande effusione e dichiarò in stentato italiano:
“Non avrei mai creduto una cosa simile. E’ la cosa più sorprendente che mi sia mai capitata. Un paese così piccolo e non così ricco come una metropoli, è dunque all’avanguardia di tutta l’Europa nella lotta contro il cancro con metodi scientifici. Quando, ad Ottawa, giunse la vostra richiesta di una “Bomba al Cobalto” pensammo che Borgo Valsugana fosse una grande città. La cercammo sulle carte geografiche… non c’era. Allora decidemmo si trattasse almeno del centro di studi contro i tumori più importante d’Italia”.
Borgo Valsugana non era il centro di studi più importante d’Italia, ma lo è oggi, dopo l’istallazione della “Bomba al Cobalto”. Ecco quanto ha dichiarato, a questo proposito il professore Pietro Bucalossi, direttore della sezione medico-chirurgica dell’”Istituto Nazionale per lo studio e la cura dei tumori”. (Le parole dell’illustre scienziato servono alla messa a punto sull’efficacia della “Bomba al Cobalto”).
Guerra ai tumori
“Sotto l’aspetto puramente economico, la bomba al radiocobalto offre il vantaggio, con una spesa d’impianto relativamente modesta e senza dover risolvere particolari problemi tecnici, di poter realizzare un’attrezzatura per il trattamento radiologico dei tumori maligni, di indubbia efficacia ed utile in circostanze particolari di luogo.
Purtroppo, malgrado il cammino percorso dalla ricerca scientifica, il problema del cancro, come problema di cura, rimane oggi lo stesso. E’ un problema che può progredire solo se la vigile coscienza del pubblico ed una profonda specifica preparazione del medico convergeranno a realizzare la diagnosi pronta nelle forme iniziali. Queste guariscono nella più larga percentuale con la chirurgia largamente demolitrice e, per alcune localizzazioni, con alcune terapie radiologiche (radium, roentgenterapia) applicate secondo tecniche appropriate tra le quali può degnamente figurare l’uso della bomba al radiocobalto. La utilizzazione della bomba al radiocobalto non apre d’altra parte prospettive originali o nuove per il trattamento dei tumori maligni trattandosi, anche in questo caso, di una modalità di erogazione dell’energia radiante.
La caratteristica propria di questo isotopo di emanare radiazioni più omogenee , sebbene meno penetranti di quelle del radium, dell’ordine all’incirca di 600.000 volt, non modifica sensibilmente quanto si ottiene o si può ottenere, con alcune tecniche del radium o di roentgenterapia.
In Italia sono state da tempo usate radiazioni dell’ordine dei 450.000 volt con apparecchi di roentgenterapia costruiti a questo fine, radiazioni quindi molto vicine a quelle proprie del radiocobalto.
Si deve ammettere che i risultati ottenuti con questa tecnica non hanno realizzato vantaggi apprezzabili.
Siamo quindi di fronte ad un mezzo indubbiamente utile ed efficace che viene ad affiancarsi, senza però specifiche capacità od originali possibilità, alle attrezzature conosciute e diffusamente usate per il trattamento radiologico di alcuni tipi di tumore maligno.
Sarebbe errore, per queste ragioni, evadere dai confini delle proporzioni ed avvallare, tra i profani, l’ennesimo mito della cura del cancro, sotto l’emblema fascinoso della bomba al radiocobalto. Si accenderebbero ancora una volta speranze infondate seminando in definitiva, più danno che vantaggio per gli ammalati”.
Il prezioso impianto è affidato al primario radiologo dell’ospedale “San Lorenzo”, il dottor Claudio Valdagni: Egli fu ad Ottawa, ospite dell’”Atomic Energy of Canada” dove ebbe modo di visitare i laboratori dove vengono costruite, tra precauzioni infinite, le “Bombe al Cobalto”.
Sono incredibili, infatti, gli accorgimenti tecnici per imprigionare i cubetti radioattivi nel complesso, acciaio, tungsteno e mercurio che gli devono servire da corazza. Le radiazioni, senza questo pesantissimo involucro, sarebbero intollerabili da qualsiasi organismo. Entro quattro minuti ogni battito di vita s’arresterebbe.
Formule di salvezza
Il dott. Valdagni seguì un corso speciale all’ospedale “Victoria” di London, città dell’Ontario. E qui prese contatti con i più famosi specialisti della lotta contro il cancro, e studiò il funzionamento dell’istituto cullando in cuor suo la speranza di potere, un giorno, dirigerne uno ugualmente perfetto – seppure in proporzioni minori – in Italia. Spiega:
“Fisici e tecnici collaborano coi terapisti. Studiano con precisione matematica, mediante modelli in gesso, paraffina, diagrammi e vari esperimenti in acqua, plexiglas, ecc. i campi di entrata e uscita dei raggi e la diffusione di essi nel corpo di ogni malato. In tal modo cercano di realizzare la massima che la dose letale di radiazione deve essere destinata all’intero tumore e solo al tumore, lasciando cioè intatti, il più possibile, i vicini tessuti. Con la Unità Co60 in funzione a London da quasi due anni, e con l’accennata precisione tecnica, si può dire che la massima suddetta abbia ottenuto qui i migliori risultati pratici anche nei tumori relativamente inaccessibili. La “Bomba “ (Unità di Co60), uguale a quella che è stata installata a Borgo, è un apparecchio massiccio, ma di assai semplice maneggevolezza per i trattamenti sui pazienti. Essa corrisponde a circa 1000 Curie e per produrre un uguale complesso di radiazioni sarebbero necessari pressappoco 1500 gr di Radio; mentre l’energia della radiazione del Co60 è di 1,25 Milioni di eV. Il massimo di questa energia non colpisce la pelle in superficie, come nelle radiazioni dei convenzionali apparecchi a raggi X, ma si trova ad una profondità di cm. 0,5; la dose di energia cioè, ricevuta dalla cute con il Co60 ne è di gran lunga minore. Complicati meccanismi permettono poi di diaframmare in modo voluto la misura dei campi di trattamento.
Per quanto riguarda i risultati ottenuti con la Bomba al Co60, i medici americani sono molto soddisfatti e pensano che tale attrezzatura sia indispensabile per i Centri di cura contro i tumori. Infatti, nel Canada, le Bombe al Co60 sono già numerose e quasi ogni istituto universitario ne è provvisto (gli ospedali in genere dipendono da istituti universitari) da London a Toronto; alla lontana Paskatoon.
I pazienti che richiedono tale cura sono molti e i maggiori vantaggi si sono riscontrati nella cura dei tumori della laringe, esofago, polmone e retto.
Anche a Borgo abbiamo già alcune centinaia di richieste in questi soli 4 mesi. Da quando cioè si è diffusa la notizia che avevamo acquistato la “Bomba al Cobalto”.
Solo una ventina di persone alla settimana possono iniziare la cura che dura una quindicina di giorni.
E’ però da tener presente che la Bomba al Co60 non significa ancora la sicura salvezza contro ogni tumore e che, purtroppo, nonostante tale terapia non tutti i pazienti riescono a superare il terribile morbo. Essa non vuole soppiantare i comuni apparecchi a raggi X, il Radio, il Radon e gli Isotopi, ma allarga notevolmente il campo della radioterapia ed è un nuovo potente ed efficace aiuto per gli ammalati o per i medici”.
Come ha osservato il prof. Bucalossi, la notizia dell’installamento a Borgo Valsugana della “Bomba” si è diffusa rapidamente in tutta le penisola e, nonostante le caute e coscienziose premesse degli scienziati, i quali su un così delicato argomento mantengono riserve oltre il limite dell’ottimismo, ha tuttavia riacceso nel cuore di migliaia di ammalati, se non la speranza nel miracolo, la fiducia che qualcuno sta lavorando fervidamente per loro. E soprattutto la gratitudine per quei dodici sconosciuti consiglieri comunali di un piccolo paese del Trentino i quali si sono assunti un onere finanziario gravissimo per quel senso di solidarietà umana che non chiede altri risultati se non quelli sperati dalla scienza o dall’umanità.


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